I FIORI NON CRESCONO TIRANDOLI

Il Gioco Realizzativo per smettere di correre e tornare a vivere davvero

Sei brava a far funzionare le cose.

Sul lavoro, nelle relazioni, nella crescita personale: quando c'è da agire, agisci.
Quando c'è da tenere, tieni. E da fuori, funziona.

Ma a un certo punto senti che qualcosa non torna. Non è un crollo, è più sottile.
È quella sensazione di essere sempre un passo più in là, di dover continuare a spingere anche quando non ne hai voglia, di non riuscire mai a goderti davvero quello che hai già.

Questo libro parte da lì.

Non serve fare di più. E nemmeno fare di meno.
A volte il passaggio è tornare al modo in cui hai imparato tutto ciò che conta davvero: il gioco.
Ma non un gioco qualunque: il Gioco Realizzativo®.

Dentro trovi il PlayDNA®: dieci Personalità di Gioco per riconoscerti e capire anche chi hai intorno, nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte di ogni giorno.

Non è un libro da leggere una sola volta.

È un libro da tenere vicino.
E riaprire ogni volta che vuoi sentirti di nuovo a casa.

Disponibile su Amazon in Kindle e cartaceo

e dal vivo alle date del tour.

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Anteprima del libro

I Fiori non crescono tirandoli

Il Gioco Realizzativo per smettere di correre e tornare a vivere davvero

Prologo

Eppure

La cucina è sufficientemente in ordine.

Non è perfetta. È in ordine quel tanto che basta per poterla guardare senza giudicarmi troppo. Il piano è lucido, il tavolo è sgombro. La luce del tardo pomeriggio entra obliqua e si appoggia sulle sedie trasparenti, creando un piccolo arcobaleno sul pavimento. Sul telefono lampeggia una notifica: un nuovo studente si è iscritto; arriva una mail di ringraziamento piena di entusiasmo, poi un messaggio vocale con quella voce un po' tremante che dice: "Era proprio quello che aspettavo."

Sorrido.

Appoggio le mani sul ripiano freddo. La pelle sente subito la differenza di temperatura. Respiro.

Funziona. Sta funzionando.

Tutto l'impegno, la strategia e la concentrazione stanno portando più persone di quanto pensassi possibile. E tutto sta succedendo più in fretta.

Dall'altra stanza sento la voce di mio marito che discute dei tempi di consegna con un suo fornitore. Mia figlia è seduta vicino al divano, costruisce una torre di cubi e stringe le labbra in quel suo modo speciale di quando si concentra davvero. L'aria annuncia la primavera. Una rondine passa davanti alla finestra in lontananza, come una conferma silenziosa.

Eppure.

C'è una fessura sottile. È come una crepa invisibile nel vetro. Non fa rumore, non rompe nulla, ma la percepisci.

Non è tristezza, non è insoddisfazione. Somiglia un po' all'inquietudine, ma non ha nulla a cui appoggiarsi davvero. È come se tutto fosse al posto giusto, ma mancasse qualcosa. Come se la musica fosse accordata, ma mancasse una nota più profonda, una vibrazione sotto lo sterno che non arriva mai.

Mi verso un po' d'acqua. Il bicchiere riflette la mia faccia stanca e composta. Mi guardo un attimo di troppo. Una ruga si è formata tra le sopracciglia, un sentiero dove la concentrazione passa spesso. Gli occhi però sono vivi, non spenti.

E allora perché questa domanda continua a bussare? Perché, anche quando va bene, non mi basta?

Il corpo lo sa prima della testa. Lo sento nella mandibola, un po' contratta, e nelle spalle, che non scendono del tutto. Nella voglia di fare ancora un'altra cosa, organizzare un altro progetto, sistemare un altro dettaglio. Come se ci fosse sempre un livello successivo, una soglia oltre la soglia.

Se raggiungo quell'obiettivo, allora sì. Se apro quell'altro percorso, poi finalmente. Se scrivo quel libro, vorrà dire che. Se arrivano altre dieci persone. Venti. Cento. Mille.

Allora sì.

Mi siedo. La sedia fa un piccolo suono sul pavimento. Mi accorgo che il respiro si è incagliato da qualche parte. Lo lascio andare piano. Le mani restano aperte sul tavolo, i polpastrelli leggermente tirati.

Nessuno lo vede. Ma lì c'è lo stesso sapore dell'inquietudine di prima.

C'è stato un tempo in cui pensavo che questa tensione fosse il mio motore. Le davo nomi importanti: Focus, Visione, Responsabilità. Sembrava nobile. E faceva arrivare a fine giornata con la sensazione di averla messa a frutto.

In effetti, mi ha portata lontano. Ha costruito, creato, aperto porte. Ma ogni conquista aveva un retrogusto un po' metallico. Non abbastanza forte da farmi fermare. Abbastanza presente da diventare normale.

È come quando sorridi per una foto e, appena la macchina si abbassa, il viso si rilassa e senti la differenza. Una stanchezza che non vuoi chiamare per nome.

Ho visto persone brillanti vivere così per anni: efficienti, determinate, amate, cercate. E con quello stesso sguardo che per un attimo si perde nel vuoto quando nessuno le osserva. Non è mancanza di gratitudine né un capriccio. È qualcosa che riguarda il nostro modo di stare al mondo.

Avevo tutto. E continuavo a conquistarlo ogni giorno.

Lo conquistavo con la sveglia alle sei, la palestra alle sette anche quando avrei voluto restare sotto il piumone. Con la meditazione fatta bene, seduta dritta, ma morbida. Con i piani settimanali dettagliati, io che da adolescente avevo difeso l'ora minima di cazzeggio pomeridiano come fosse un diritto umano universale. Ecco come era andata a finire, quella battaglia.

Lo conquistavo con riunioni, obiettivi misurabili, strumenti per attivare rapidamente credenze potenzianti. Con una capacità quasi atletica di motivarmi anche quando non ne avevo voglia.

Lo conquistavo persino contro di me.

C'era sempre una parte di me che diceva: "Basta per oggi". E un'altra che rispondeva: "Ancora un ultimo sforzo, non fermarti proprio ora". E io ascoltavo quasi sempre la seconda voce. Perché funzionava.

Funzionava nel fatturato. Funzionava nell'organizzazione. Funzionava nell'identità di donna che tiene insieme tutto. Ma funzionare non è la stessa cosa che vivere. E questa frase, che sembra ovvia scritta così, non lo è affatto quando ci sei dentro.

Una sera, dopo un'altra giornata perfetta sulla carta, ero sul divano con le gambe raccolte sotto di me. Mia figlia aveva la testa appoggiata sulla mia coscia; il mio gomito sfiorava quello di mio marito. La tisana di ordinanza in mano, la televisione accesa. Dal corridoio arrivava il profumo dei bulbi di gelsomino appena sbocciati.

Tutto al posto giusto.

E dentro, quella domanda che arrivava sempre nei momenti più inaspettati.

Ma il cuore, dov'è?

Non era una frase drammatica o poetica per me. Era quasi irritante, come quando il telefono squilla mentre guardi il tramonto. Dov'è?

In passato capivo bene perché quella domanda continuasse a tornare. Mi aveva accompagnato quando restavo in una relazione sbagliata, quando rinunciavo ai miei sogni per scegliere la cosa più conveniente, quando confondevo la paura con la responsabilità. Ma adesso? In piena Famiglia Cuore 2.0, imprenditrice di successo, donna centrata.

Quella domanda doveva per forza sbagliarsi. Era solo un'eco del passato, una vecchia abitudine.

Adesso no, mi dissi. Va tutto bene.

Posai la tisana. Allungai la mano e feci una cosa che non facevo da mesi: presi un foglio, una penna trovata lì vicino e due matite seppellite tra i giochi.

Disegnai un occhio.

Era grande, sproporzionato, con l'iride scura. Non un occhio bello: un occhio stanco. Un occhio che mi guardava senza partecipare alla mia performance.

La punta della matita rimase sospesa sopra la pupilla. Lì c'era una risposta, ma non la capii. Capivo solo che la risposta non sarebbe arrivata come spiegazione, nemmeno simbolica.

Per anni avevo creduto che, in fondo, bastasse solo comprendere meglio, ottimizzare meglio, strutturare meglio. Che la vita fosse un sistema raffinato da capire, con la logica o con l'intuizione.

Ma quell'occhio non voleva in nessun modo essere capito. Voleva solo essere incontrato. E io non riuscivo più a incontrare nulla senza trasformarlo in qualcosa di utile o sensato.

Producevo. Spingevo. Ottenevo. Risolvevo. Capivo. E ogni volta che raggiungevo qualcosa, invece di espandermi, mi stringevo di un millimetro.

La vita non si lascia capire. La percepisci quando, mentre qualcuno ti parla, non pensi già a cosa rispondere. Quando ti fermi davanti a un paesaggio bellissimo e non lo fotografi. Quando giochi con tua figlia e non trasformi il momento in un ricordo o in un'occasione educativa, ma ti sporchi semplicemente le mani di tempera. Quando fai qualcosa che non serve a nulla e, proprio per questo, diventa magico.

Ero diventata bravissima a far funzionare tutto. Ma dentro di me qualcosa restava in apnea, e quell'apnea non era un difetto, non era ingratitudine e non era fragilità.

Era un segnale, molto chiaro.

Se stai leggendo queste pagine, forse conosci quella sensazione. La vita funziona, ma non respira. Ti muovi, ma non danzi. Ami, ma non ti espandi.

Oppure la vita non funziona per niente e continui a spingere perché non conosci nessun altro modo. Ogni volta che ti sforzi, che spingi di più, ottieni sempre gli stessi risultati, solo con più fatica. Il problema non è quanto ti impegni. Il problema è che ti hanno insegnato un solo approccio, e nessuno ti ha mai detto che ne esiste un altro.

In entrambi i casi, che ti sembri di avere tutto o che tu stia ancora aspettando, succede la stessa cosa: inizi a pensare che il problema sei tu. Il carattere troppo esigente, la soglia di soddisfazione troppo alta, la mancanza di gratitudine. O magari la mancanza di disciplina, coraggio, concentrazione o quella qualità che ti sembra mancare rispetto a chi ce la fa.

Anch'io l'ho pensato. E ci stavo quasi cascando per sempre. Poi ho iniziato a sospettare qualcosa di molto più destabilizzante, ma anche più vivo.

E se il problema non fossi tu?

L'Autrice

Forse mi hai visto su:

Mi chiamo Maurizia Mancini.

Da oltre 10 anni accompagno persone e professionisti della relazione d’aiuto che non vogliono più crescere a forza di sforzo, ma riscoprire una via autentica alla propria realizzazione.

Sono ideatrice del Gioco Realizzativo®, un metodo unico che ha trasformato la vita di migliaia di persone in Italia e all’estero, unendo neuroscienze, antiche tradizioni sapienziali, coaching trasformativo e ricerca spirituale.

Mi sono formata in istituzioni come la Columbia University, la Berkeley University, l’Università di Bologna, con certificazioni internazionali in coaching e trasformazione energetica.


Ma la vera svolta è arrivata quando ho iniziato a integrare scienza e spiritualità in esperienze ludiche che aprono spazio a consapevolezze profonde.

Questo laboratorio nasce proprio da lì.
Per chi sente che non è più tempo di “funzionare bene”.
Ma di giocare davvero la propria verità.

Incontra l'autrice

Ecco i prossimi eventi dove puoi incontrare Maurizia e far firmare la tua copia

Martedì 23 giugno ore 18:00

Presso HOLISPACE, Strada del Fioccardo 212, Torino.

Info e prenotazioni:
Claudia 333 6504204.

Martedì 7 luglio ore 20:00
Forlì
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